Khaled Hafez
   
   
 

 

Critical Texts

 

In un interno dalle profonde luci rossastre, due uomini dai tratti somatici arabi o mediorientali si fronteggiano, ignorandosi volutamente. La telecamera li inquadra dal basso in alto, insiste sul controluce che sparpaglia riflessi e dissemina ombre sui loro volti. Uno, la sigaretta stretta fra le labbra, l’espressione intenta di chi conosce molto bene il fatto suo, armeggia con una grossa colt. L’altro, magro, testa rasata, torso nudo, accarezza una bottiglia di whisky. Dietro a loro, appesi alla parete, non i soliti quadri ma una collezione di armi da fuoco. Il gioco si fa duro, la tensione sale. Sulla parete di fondo una scritta: protect me from I want , il noto statement di Jenny Holzer. Ah, allora niente brigate terroristiche, si tratta di artisti, e più precisamente di una sequenza di Idlers’ Logic, il video di Khaled Hafez, premiato l’anno scorso alla Biennale di Dakar.

Khaled Hafez: uno degli artisti contemporanei più generosamente forniti di ironia, qualità ormai rarissima in un sistema dell’arte contemporanea dominato da boutades fumose, da frasi “ad effetto” ma prive di qualunque significato; e da traumi, tautologie, brutte esperienze (anche in senso estetico e tecnico: intendo proprio malfatte). Invece il lavoro dell’artista egiziano, e qui mi riferisco in particolare alla sua produzione video, va al cuore del problema: si tratta di arabi, un nome che è già tutto un programma di bombardamento massmediologico, di pericolo, di fanatismo, di degrado umano e civile. Khaled Hafez ne mette in scena soprattutto la frustrazione e la passività, nel senso del loro inevitabile conformarsi al “come tu mi vuoi” occidentale – sebbene tutto di segno negativo. Fumano sempre: tabacco americano, poi sparano, bevono whisky e caffè, non lavorano, non producono, perdono il tempo a battere il ritmo usando vasi e tamburelli; si mettono in posa, anche come possibili oggetti di un desiderio di segno alquanto ambiguo; cantano lunghe nenie (alle nostre orecchie sempre rischiano di suonare tali) orientali. E guardano la televisione, o forse non la guardano direttamente ma l’artista è insostenibilmente attratto dal collage di ogni specie, tradizionale e hi tech, e quindi appiccica immagini una dopo l’altra; scene di baci, in particolare, lunghi baci anni cinquanta, con l’unica variante del commento – che in questo caso non è romantico ma piuttosto calcistico. Ma forse ne vale la pena: il film l’abbiamo già visto, commenta Khaled Hafez, è vecchio, è scontato nel suo svolgimento da fotoromanzo (I love you, woman, qualcuno dice sempre a un certo punto) e quel che ci interessa in fondo è solo il bacio; tanto più adesso, nell’epoca della piena effervescenza di questo puritanesimo di ritorno (là, nei paesi arabi).

Il gioco combinatorio da cui l’artista ottiene buona parte della propria comicità, a tratti irresistibile, è esplicito: la faccia è senz’altro quella di Bush ma la voce che dovrebbe uscire dalla sua bocca è femminile e sta snocciolando (in arabo) le meraviglie di una maschera al cetriolo per il viso; la colonna sonora nell’insieme ha un forte carattere orientale ma i “nostri” (o i “loro”: da qualche parte vogliamo sempre schierarci) sognano l’occidente seppure, forse, in termini conflittuali. Si identificano, infatti, con le star dei film d’azione, con i gangster, o i poliziotti o gli agenti segreti e soprattutto con Al Pacino di Taxi Driver. In precedenza, nel suo primo video compiuto, prodotto nel 2001 e intitolato Visions of a Cheeseburger Memory (un lavoro che a mio parere merita più attenzione di quanta non ne abbia avuta fino a questo momento) tale gioco combinatorio era ancora più esplicito e in un certo senso autoreferenziale: inquadrata in una striscia orizzontale compresa fra due fasce rosse (il cheeseburger), l’immagine, schiacciata e compressa, combina in veloce alternanza frammenti di film diversi, da Arancia Meccanica, che funge un po’ da trait d’union, a scontri fra bande di mafia cinesi a New York, a inquadrature filmate “davvero” dell’artista che, un po’ impacciato, lento rispetto ai suoi eroi ma ugualmente convincente, spara a qualcosa o qualcuno.

Al di là di qualunque valenza o pretesa ideologica o descrittiva, il piacere del collage funziona in se stesso. Implacabile attivista del montaggio, più serrato e incalzante in questa che in qualunque altra occasione, Khaled Hafez ricrea il senso attraverso la stratificazione, lo zapping orientato, la velocità di spostamento, la perentorietà nei tagli. Questo è il cheeseburger, il consumismo culturale omnicomprensivo, il condizionamento narrativo; questo è il modo di pensare, di vedere, persino di creare, il nostro. Un panino, insomma. E un panino qualunque, massificato, industriale. Un panino da Macdonald.

Khaled Hafez è perdutamente innamorato del cinema: in Idlers’Logic, dove sul collage e sul ready made prevale invece un’ambizione di fiction, la sua direzione attenta suggerisce imprevisti collegamenti fra l’ambiente che circonda gli sfaccendati medio-orientali e la stanza che accoglie gli amanti dell’Ultimo tango a Parigi: per esempio nelle luci costantemente alle spalle dei protagonisti che all’occhio della telecamera risultano così cosparsi di ombre, di riflessi e di segni.

Khaled Hafez soprattutto è innamorato delle ibridazioni, o meglio, è persuaso che esse costituiscano la condizione, e il segreto, nel nostro vivere e della nostra epoca. Nel cinema e non <<Appartengo a una generazione di artisti che hanno trascorso la loro infanzia, adolescenza e maturità circondati dallo stress>> spiegava anni fa <<confronti militari, inattese prese di posizione politiche e le loro effervescenti conseguenze economiche>>?. Naturalmente Hafez parla dell’Egitto, il paese dove è nato, cresciuto e vive, fatta salva una lunga parentesi parigina – di formazione (e ibridazione). Un paese assai contaminato dal punto di vista socio-culturale: il Cairo, attualmente una megalopoli di circa sedici milioni di abitanti, si offre allo sguardo esterno come una serie di elementi stratificati di origine diversa, sovrapposti o schiacciati l’uno sull’altro senza alcun riguardo per la loro natura o origine e senza alcuna cura per gli indispensabili tempi di transizione; e, quindi, senza alcuna possibilità di ricomposizione armoniosa. <<La società egiziana fu costretta ad assumere nuove forme in relazione ai continui cambiamenti sin dalla metà degli anni ’70, perdendo per strada alcuni dei suoi caratteri orientali e acquistando invece tratti diversi, alcuni dei quali sono parte del processo di globalizzazione in atto (che naturalmente interessa anche l’Egitto) mentre altri sono semplici deviazioni in direzione della cultura consumistica>>?.

Non è un caso che questo coacervo di situazioni diverse, apparentemente sempre sul punto di raggiungere la massa critica ed esplodere, si sia trasformata negli ultimi anni in un fertile humus per moltissimi artisti, che lavorano si può dire quasi tutti, più o meno consapevolmente, su dimensioni e attraverso linguaggi fortemente e programmaticamente ibridi, non meno di quelli utilizzati dai loro connazionali che si sono invece trasferiti da tempo in Europa o negli USA.


Fra tutti questi, Khaled Hafez è uno dei più interessanti, colti e lucidi: decisamente agguerrito sotto il profilo analitico e teorico, attentissimo ai processi di trasformazione in atto nel suo ambiente, ma sensibile anche alle “correnti profonde” dell’appartenenza culturale e dell’identità individuale che continuano a alimentare in maniera assai originale il suo immaginario, l’artista che, come si è detto, è un brillante film maker, ha saputo anche sviluppare, negli anni, uno stile pittorico fortemente caratterizzato, riconoscibile e personale. In origine, anzi, è un pittore e un pittore che intende la pittura come luogo eccellente, privilegiato per il dispiegamento del senso (di un senso decifrabile), da intendersi anche questo non come un dato unitario e omogeneo ma come una configurazione multipla e polivalente, non esente da contraddizioni e soggetta a continue trasformazioni interne.

Khaled Hafez non è artista, e non è uomo, da ricorrere a sotterfugi, a scorciatoie troppo facili, oggi diffuse come un’epidemia (Gillo Dorfles parlava già diversi anni fa di “mode dalla facile copiabilità”, una definizione sempre attuale per oggetti apparentemente sempre diversi) nelle istituzioni artistiche e nelle compilazioni à la page di molti curatori. Mi riferisco, per esempio, a quei tanti, piccoli war games che infestano mostre, biennali e musei con produzioni sempre più scolastiche, prevedibili ed affrettate, prive di qualunque ambizione oltre a quella, fin troppo ovvia, di essere qualcosa più che una semplice tautologia e di conquistarsi i propri cinque minuti di gloria mediatica, come diceva Warhol. No. Questi esercizi pseudo-bellici e quasi sempre soltanto retorici (beninteso, con le debite eccezioni) non hanno mai sedotto abbastanza Khaled Hafez, che invece anche di fronte a una tela pensa da uomo contemporaneo, in altre parole, pensa per stratificazioni, per compresenze, per orizzonti parziali, per ibridazioni e per via di complessità polivalenti invece che per semplificazioni apparentemente efficaci ma in realtà riduttive. E per farlo assume a piene mani e con piena consapevolezza il linguaggio pop, trasformandolo in una specie di etno-pop egizio, a base di antiche divinità faraoniche accompagnate nelle loro passeggiate da una parte all’altra della superficie tela da modernissime pin-up ed eroi dei fumetti.

A un primo sguardo, l’associazione è sorprendente ma ad una considerazione appena più profonda si rivela niente affatto gratuita o puramente estetizzante: l’artista infatti è andato per anni alla ricerca delle ricorrenze, delle forme, cioè, o delle icone e delle funzioni simboliche che si ripercuotono, da oriente a occidente e dal passato al presente, fondamentalmente inalterate o comunque in termini tali da costituire dei veri e propri trait d’union: <<Un giorno stavo guardando una piccola copia in pietra di una statua raffigurante Anubis e un modellino di Batman prodotto dalla Warner Brothers più o meno delle stesse dimensioni; e ho notato che queste figure sono del tutto identiche sia viste di fronte che di schiena; l’unica differenza sta nel profilo. È un po’ sconcertante che entrambi questi super-eroi del passato e del presente presentino, al di là delle rassomiglianze morfologiche, un’identica funzione di protezione dalle forze del male>>?.

I rilievi delle tombe egizie, con il loro corposo bagaglio di contenuto narrativo e la loro tendenza alla stereotipia e alla ripetitività, si rivelano così i veri antenati dei comics moderni, anche dal punto di vista dell’organizzazione morfologica e strutturale.

Un’interpretazione, a mio avviso, convincente: l’uomo, alla fine, è sempre piuttosto simile a sé stesso e, benché alla qualità sacra delle icone antiche sia subentrata la connotazione commerciale di quelle contemporanee (un passaggio, peraltro, già pienamente intuito da Walter Benjamin), le immagini e i loro contenuti sono vincolati alle stesse esigenze simboliche, alle stesse ansie e alle stesse domande esistenziali ed estetiche. Khaled Hafez, come lui stesso dice, pretende che il lavoro sia intelligente prima che piacevole e quindi esplora con curiosità e metodo le ricorrenze non casuali che si offrono come linee di continuità profonda dell’immaginario umano: <<Oggi, qui e là, icone universali ci seguono, persino a casa: top models (là – cioè in occidente), o teologi monopolizzatori di scienza e fede (qua – cioè in medio oriente), speculatori disgustosamente ricchi e politici non qualificati (qua e là). Dalle icone universali, io tesso la mia leggenda>>?. Il suo collante, l’ho già detto, è il linguaggio pop, cioè la determinazione forse più forte e più condizionante della cultura visiva presente, se si vuole la meno originale perché più ampiamente condivisa, volenti o nolenti, e non solo entro i territori ristretti dell’arte visiva propriamente detta. Ma l’aspetto sorprendente è che nella sua esplicita e multipla assunzione di codici e, come se non bastasse, nella sua rivendicazione di intelligenza al lavoro che non semplifica le cose da un punto di vista strettamente pittorico (<<la mia preoccupazione iniziale, prima di incominciare un progetto, è di tentare di produrre un lavoro intelligente invece che estetizzante. Le illusioni visive producono un risultato interessante in molti casi>>, ha scritto una volta),? Khaled Hafez ha conseguito negli anni uno stile con la “S” maiuscola: personale, riconoscibile, definito, talvolta perentorio per la presenza e capacità di incorporare frammenti disomogenei e dissimili e di trasformarli in parti complementari a una medesima costruzione simbolica e visiva.

Il metodo, in fondo, non è affatto diverso da quello che l’artista applica nei video: taglio, montaggio, ritmo, iati, pause riassumono il ready made e, pur senza tradirlo o snaturarlo, ne fanno altro da ciò che era. In pittura, l’importanza e il significato, per non dire il peso delle proposizioni teoriche e dell’elaborazione che Khaled Hafez sempre antepone o perlomeno collega al fare concreto, non impedisce la messa a punto di immagini potenti e immediatamente convincenti. La parola, il pensiero, in questo caso raro non temono di discendere in uno dei linguaggi più antichi e potentemente tradizionali del mondo (almeno del mondo occidentale) e di usarlo con decisione e pregnanza, inventando nuove icone per traslitterazione o deformazione o metamorfosi (come la donna-ponte, prepotentemente allungata tanto da cucire insieme diverse parti dell’immagine); e la pittura, per sua parte, non teme di farsi cosa mentale, come già Leonardo Da Vinci prevedeva e auspicava.

In fondo, siamo diventati tutti disperatamente dipendenti dalla cultura visiva, dalle immagini, che ci soccorrano nei continui vuoti mentali, nelle fughe di parole che ci attanagliano; nei lapsus e nelle ipertensioni, nell’eccesso di colesterolo e nelle latenti mancanze di senso. Abbiamo bisogno di immagini, per pensare, per dormire, per sognare, per passare la giornata.

La nostra epoca non può chiederci troppa concentrazione, troppa attenzione, troppo sapere, come Benjamin, ancora Benjamin sospettava (oppure concentrazione, attenzione e sapere di un certo tipo, teoretici, dottrinari, lenti). Per questo, la scelta di Khaled Hafez, come di ogni vero artista, è quella giusta oggi, sia relativamente alle dosi che al metodo di somministrazione di questa sostanza che si chiama arte e che si chiama pensiero. Una sostanza destinata a diventare sempre più popolare e necessaria in questa società ingorda e iconofila, forse più della musica pop e di altri diversivi massificati. Per fortuna, anche in futuro non mancheranno idlers generosi e benintenzionati, pronti a provvederci con il nostro fabbisogno quotidiano.

Martina Corgnati

? I belong to a generation of artists that spent their childhood, adolescence and adulthood surrounded by stress: military confrontations, unexpected political landmarks, and the subsequent effervescent socioeconomic consequences.

? The Egyptian society was reshaped according to continuous changes since the mid-seventies, losing in the way some of its Orient character, and acquiring instead other traits, some of which are part of the globalization process, others are simply deviations towards the consumer goods culture.

? one day I was looking at a small stone model of Anubis and a Warner Brothers model of Batman of almost the same size, I discovered that both figures are identical from the front view and from the back view; the only difference is from the profile view. It is a bit astounding that both super-heroes of past and of present have, beside their morphological resemblance, an identical function of protection against evil forces.


? Today, here or there, universal icons follow us, even at home: Top-models (there) or theology monopolists of science-and-faith (here), filthy-rich tycoons and unqualified politicians (here and there). From universal icons I weave my legend.

? My initial worry before starting a project is trying to create an intelligent work, not an aesthetic one. Visual illusions provide an interesting outcome many times.